Oggi tutto, domani niente. Il riconoscimento

Prendendo spunto dall’articolo di presentazione di questo blog, mi è balenato in mente un concetto che si lega strettamente all’opinione. Il tema problematico del riconoscimento è indissolubilmente connesso alla manifestazione delle credenze individuali. Siamo tutti impegnati, quotidianamente, a proporre al prossimo la nostra visione della vita, del mondo, della politica e della società. Ognuno cerca, all’interno del proprio codice etico di riferimento, di formulare un quadro d’insieme delle proprie opinioni che vada a costituire, agli occhi degli altri, una coerente “forma mentis” che venga impressa su di noi come un marchio . Il sistema di valori che ricade genericamente nell’intreccio di componenti naturali e culturali che ogni individuo porta con sè, si nutre giornalmente del giudizio critico esercitato su qualsiasi argomento. Il fine ultimo a cui aspirare? Il riconoscimento.

Cerchiamo di accaparrarci con le unghie e con i denti il nostro posto nella società, costruendo un castello personale di convinzione, grinta ed entusiastico amor proprio, sulla base del riscontro che gli altri, la massa, produce in merito alla nostra persona. Siamo, però, vittime o eroi del riconoscimento? La folla acclama le nostre opinioni, ma la stessa folla è pronta a gettarci nella polvere se non asseconda la nostra versione. Arma a doppio taglio, dunque. Nulla di nuovo. Il problema nasce, però, quando il riconoscimento diventa criterio evidente della nostra veridicità, della nostra bontà di pensiero, fino a distogliere l’attenzione dall’unicità inviolabile dell’individuo approdando ad una crisi dell’Io, quando questo perisce sotto la ghigliottina del pubblico dissenso. Siamo figli della società democratica, tutta fondata sul riconoscimento della libertà individuale, del diritto. Proprio la libertà individuale viene però a mancare, quando il riconoscimento manca, quando il prossimo nostro, la moltitudine, ci abbandona ai margini della società. L’Io collettivo scompare, si svuota la nostra qualità di cittadini, di padri di famiglia, di lavoratori. Si svuota però anche l’Io individuale, quello più intimo, più riflessivo, che finisce per soccombere sotto la sorte dell’Io collettivo, dimenticando se stesso.

Come uscire allora dall’impasse del riconoscimento? “Conosci te stesso” diceva il sommo Socrate. Ci siamo dimenticati di noi, in questo processo di pubblica acclamazione, che trascende la forma individuale di ognuno. L’io collettivo, direbbe probabilmente Rousseau, è ciò che salva la società. Se si è buoni cittadini si è buoni uomini. Questo paradigma sarà ancora valido però, in un mondo in cui il contratto Stato-cittadino è infranto e la volontà particolare cozza pesantemente con quella collettiva? Uomo e cittadino non costituiscono più la stessa identità e forse non l’hanno mai costituita. Proviamo a scavare un po’ di più. Magari il velo di un monitor dietro il quale nascondersi per dire la propria opinione può aiutare. Qui per fortuna non sempre si è riconosciuti.

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