Je suis Charlie. Siamo tutti liberi… entro certi limiti

“Je suis Charlie” continuano a gridare i cittadini del mondo moderato negli ultimi giorni. Si è alzato un muro unanime di  ferma e convinta solidarietà verso i vignettisti del Charlie Hebdo, uccisi brutalmente nel nome di Allah da due franco algerini.

In questa esclamazione di vicinanza alle vittime dell’eccidio si legge ormai chiaramente un annuncio di difesa della libertà d’espressione, di pensiero e di matita, come si evince dai numerosi cartelli che recano il logo caratteristico dei vignettisti. Il mondo guarda alle vittime delle strage come ai caduti dell’assalto alla libertà e si riunisce attorno ad un concetto, la cui portata pretende di essere universale. Ma se in questa frase ci fosse je-suis-charliedell’altro? Se “Je suis Charlie” fosse il punto focale di un problema ulteriore? Siamo nel cuore dell’era globalizzata, immersi giorno e notte in una strenua lotta con noi stessi, tra ciò che siamo e ciò che il mondo e la sua evoluzione ci chiede di diventare.

I rappresentanti della politica occidentale inneggiano alla tolleranza, come valore cardine del nuovo cittadino cosmopolita. La rivoluzione francese si è ormai compiuta – così sembrerebbe- lasciando dietro di sé soltanto qualche sporadico e temibile esempio di quanto l’intolleranza sia fonte di morte, di guerra e di terrore. La rivoluzione francese ha conquistato oggi il suo obiettivo principale. Siamo tutti figli di un Dio ragione che impone di superare le colonne d’Ercole della nostra identità e di guardare al prossimo nostro come a noi stessi, in virtù dei grandi padri neuroni liberi che ci uniscono. Ma sta tutto qui? È in un messaggio di universale solidarietà che si esaurisce la portata innovativa della globalizzazione e, ancor di più, della libertà?

Eppure, ascoltando le parole dei cittadini italiani intervistati dai reporter dei media nazionali, sembra di non aver a che fare con un’umanità pronta a rinunciare ai propri confini e a cambiare identità urlando al mondo “Je suis Charlie”. Sembra piuttosto di vedere negli uomini e nelle donne della strada, come in tutti noi comuni mortali,  il tentativo e la voglia di identificare il nemico o peggio lo straniero in un mondo che si ostina a voler eliminare questa dicitura all’ombra di una cittadinanza internazionale, che non conosce intrusi e non conosce differenze. Siamo sicuri, però , che le differenze siano il vero cancro da evitare? Siamo sicuri che nel livellamento delle differenze stia il vero vaccino di questa umanità marcia? La tolleranza, per sua natura, impone di passare oltre le differenze, ma passare oltre può voler dire anche ignorare, superare, sopportare. La domanda che mi pongo da giorni cerca di capire fino a che punto ignorare le differenze possa essere ancora considerato il metodo vincente per la futura umanità buona. Fino a cdownloadhe punto rinunciare alla propria identità, nella speranza che gli altri facciano altrettanto, in nome della tolleranza universale, potrà essere ancora visto come il rimedio indolore per porre fine alla violenza internazionale e allo scontro tra le diverse culture.

E’ la differenza che consente di conoscere se stessi, di comprendersi in rapporto al differente, ad un prossimo che si pone come unico e non ripetibile nel suo genere. Pertanto, è la differenza che dovrebbe farla da padrone in quest’era ipocrita e poco riflessiva. Forse è nel rispetto della differenza, ma soprattutto nell’educazione alla differenza che si potranno trovare le linee guida  non già per la proclamazione entusiastica della buona umanità, ma almeno per l’embrionale realizzazione di un’umanità più vera e autentica. L’identità, come la differenza, è un concetto che meriterebbe di essere indagato a fondo prima di essere gettato in pasto ai leoni del mondo politico e commerciale che spaccano i confini nazionali, pretendendo di fare delle persone merci di scambio, adattabili in ogni contesto e in qualsiasi situazione.

Se siamo tutti figli di un Occidente che si proclama libero e tollerante come si spiega il costante attacco di Charlie Hebdo alla religione islamica? In un mondo libero e tollerante come il nostro non sono ammessi eccidi di massa in nome di un’idea o di un Dio, ma non dovrebbero essere ammesse neppure vignette satiriche offensive nei confronti di un popolo al quale, per scelte politiche, si sono spalancate le porte della fratellanza e dell’integrazione nell’Europa comunitaria. Molti, in caso di divieto di pubblicazione delle vignette del Charlie Hebdo avrebbero gridato alla censura. Eppimagesure, per ciò che la storia del pensiero umano insegna, la libertà si nutre di confini e di limitazioni che la rendono visibile e conquistabile. I fondamentalisti islamici hanno smesso, in maniera disumana, di essere tolleranti rispetto a ciò che lioffende e il “moderatismo” del Charlie Hebdo si è dimostrato intollerante nei confronti dell’Islam, offendendo pubblicamente il suo credo e i suoi seguaci. Al tempo stesso nessuno è libero, fortunatamente, di uccidere in nome del proprio Dio, ma tutti siamo liberi di usare la parola come arma per colpire e diffamare il pensiero altrui in nome della libertà. In conclusione siamo tutti figli di un Occidente “tollerante fino ad un certo punto” e “libero entro certi limiti”.

“Je suis Charlie” lo affermo con vigore, in nome di una libertà che va difesa. Ma siamo certi di sapere di quale libertà stiamo parlando?

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