Lieviti

Alfredo è il panettiere del paese. Si alza ogni giorno alle 3 del mattino da quarant’anni. Suo padre faceva lo stesso prima di lui. A volte ritorna alla mente come una presenza che gli copre le spalle. Alfredo non ha bisogno di sveglia per alzarsi dal letto. Si solleva silenzioso nella notte, mentre Rita, sua moglie, continua a dormire serena. Va in cucina e mette sul fuoco la macchinetta del caffè già pronta. Aspetta di sentire l’aroma e si sciacqua il viso, indossa i suoi pantaloni da lavoro, la canotta di lana bianca e il maglione giallo, quello pesante. Prende il caffè al volo ed esce sulla strada buia con una sigaretta in bocca. Ci sono 730 metri da casa sua alla bottega. Negli anni li ha contati facendo affidamento sui suoi stessi passi.  Li fa lentamente pensando a quel figlio che tra qualche ora darà l’esame di diritto privato a Milano e pregustando la fatidica telefonata che gli riempirà d’orgoglio cuore e mente. Poi pensa a Margherita, la più grande, ai nipoti che non vede da un anno e alla carriera ormai avviata in quel posto così lontano che è l’Inghilterra. Pensa che vorrebbe andare a trovarla un giorno, appena riuscirà a mettere qualcosa da parte tra risparmi e pensione.

Il grembiule è sempre al solito posto come i guanti. Farina, lievito, acqua e sale non hanno più segreti per lui. L’impasto scivola tra le sue mani come fosse il prolungamento delle sue stesse braccia. Può continuare a fantasticare su quei “picciriddri” che sono sangue del suo sangue. Tra poco arriverà Ninetta, sua cliente affezionata da quando prese in gestione l’attività del padre. Suo padre i taralli non li sapeva fare. Si fermava al pane. Da quando era diventato lui padrone dell’attività aveva rinnovato tutto. Da quel panificio uscivano profumi di ogni tipo. I cornetti al miele erano una sua trovata originale. Aveva fatto progressi da quegli anni di fame e stenti dei suoi genitori. L’arte di fare il pane si era mescolata ad altri mestieri, si era mischiata al suo talento. I suoi sogni, purtroppo, si erano infranti con la costruzione del centro commerciale giù in Marina, ma la gente del centro storico si forniva solo da lui.

7,30. Può alzare la saracinesca e girare il cartello con la scritta “Aperto” verso l’esterno.

Ninetta è sempre la prima. Sembra che senta il richiamo del forno. Dice sempre che quel profumo la costringe ad alzarsi.  Il suo bastone non le impedisce di trascinarsi fino al panificio per qualche fresa integrale e un po’ di pettegolezzo sull’ultimo scandalo paesano.

Dopo Ninetta si alterna qualche altro vecchio amico. Alfredo chiacchera con tutti del tempo, della politica, delle tasse troppo alte e di quel Paese disgraziato che ha costretto i figli ad emigrare. Con quel guadagno della giornata unito ai risparmi che tiene in banca da una vita potrà andare a trovare i suoi figli fuori appena avrà un po’ di tempo. Sarà un regalo per Rita, sua moglie.

A mezzogiorno in punto Alfredo ha l’abitudine di uscire dalla bottega per fumare la sigaretta di metà mattinata e gustare il panorama che si vede dalla piazza del paese. Fa freddo, è inverno e il mare è agitato. Con un piede posato sul muretto, il grembiule coperto di farina e il fumo che esce dalla bocca fissa le onde e si gode quel silenzio, lungo e immutato da quasi quarant’ anni.

Dietro le sue spalle sente delle voci giovani e un po’ acute. Un accento del luogo ma con un’intonazione che non ha sentito mai prima di allora. Si mette in ascolto sempre girato di spalle, mentre quel vociare si dirada. Parlano di progetti su quel borgo, stanno discutendo di storia e di futuro contemporaneamente. Pongono domande su tutti quei palazzi dimenticati da Dio e dall’uomo, quei vicoli su cui non batte mai il sole e su quel paesaggio così naturalmente bello e penetrante. Passano davanti al suo negozio e li sente mentre uno di loro dice agli altri: “Sentite qua che profumo. E’ uno spettacolo questa vetrina. Ci dobbiamo ricordare di questo posto, segnatelo”.  Si stanno chiedendo come farlo conoscere ai forestieri, come mostrare agli altri quella meraviglia. Come fare per mostrare al mondo il fascino di quel luogo che per lui è solo il simbolo della sua fatica. Decide di voltarsi e di guardare in faccia i portatori sani di entusiasmo che gli stanno alle spalle. Li vede giovani e meravigliosamente allegri. “Buongiorno” gli dicono sorridendogli e lui fa un cenno con il capo in segno di saluto e di deferenza.

Si volta ancora verso il mare, ma continua ad ascoltarli e capisce che quello di cui stanno parlando forse lo riguarda. Stanno parlando di tradizioni e di futuro, due cose che credeva appartenessero esclusivamente alla sua storia personale. Capisce che quello che stanno facendo è quello che lui ha fatto 40 anni prima prendendo in gestione la bottega del padre. Capisce che stanno guardando avanti preservando la memoria di chi li ha preceduti. Lo capisce e si volta di nuovo a osservarli. Stavolta legge nei loro visi i volti dei suoi figli e ci vede dentro la speranza di un ritorno sereno a casa, sereno per se, per Rocco e Margherita, per i suoi nipoti. Ci vede dentro le lacrime di gioia di Rita e una nuova ricetta per i biscotti da sperimentare nel suo forno. Li riconosce. Uno di loro è il nipote di Ninetta, l’ha visto che era un ragazzino. “Avrà finito gli studi e sarà tornato” si chiede. Altri due sono ragazzi della Marina. Li ha notati passeggiare per il centro storico spesso ultimamente. “Ci portano le ragazze, forse per conquistarle”, pensa.

Mentre li guarda parlare concitati e avvolti da tutta la bellezza che li vede protagonisti in quel paesaggio armonioso incrocia per sbaglio lo sguardo sorridente di uno di loro. E’ una ragazza, ha gli occhi color miele come Margherita.

Stavolta è lui a farle un sorriso fresco, ricco di speranza, di fiducia e di stupore. E’ lei che lo guarda dritto negli occhi e gli fa un cenno col capo, per donargli con affetto un segno di profonda gratitudine e sorprendente complicità.

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