DECOSTRUZIONE

Alla voce “Decostruzione” sul dizionario troviamo il rispettivo significato di “Scomposizione”.

Non è necessario approdare a definizioni scientifiche per parlare di decostruzione, ma è certamente necessario comprendere, se non fino in fondo almeno in superficie, quante e quali sono le sfumature di senso che questo termine nasconde e che hanno a che fare con il nostro agire quotidiano.

Che significa Decostruire?
IKEA ci insegna che smembrare un oggetto complesso in tutte le sue parti ci consente di reinventarlo, ci fa sentire in un certo senso partecipi di un processo creativo. Perché? Perché comprendiamo i meccanismi che legano insieme i pezzi, cogliamo il mtoddmclellan-pentax-spotmatic-fotivo che dal singolo bullone porta alla costruzione di una lavatrice funzionale ad uno scopo.
Decostruire vuol dire prendere qualcosa, sezionarla, osservarla e mettere in risalto i suoi significati sottesi. Quando cerchiamo di far emergere il nuovo da ciò che per la nostra esperienza è ormai vecchio, i filosofi dicono che tiriamo fuori dalla realtà tutto ciò che per molto tempo è rimasto chiuso in un cassetto chiamato “non detto”, in cui sono serrati i pensieri che non riusciamo mai a portare alla luce neanche attraverso le parole.

Se prendiamo quel cassetto e lo rovesciamo osserviamo che vengono fuori sensi nuovi delle cose che vanno a contraddire, a sovvertire verità precostituite.

Decostruire non vuol dire distruggere, ma vuol dire produrre significati nuovi. È come partire da una frase semplice composta da soggetto, verbo e complemento oggetto. Una frase che ha già in sé un senso compiuto, ma che arricchita di tanti altri elementi e informazioni può far emergere altri significati, altre sensazioni, altre relazioni. Così il discorso originario si nutre di nuovo senso.  Decostruire vuol dire aprirsi al futuro. È agitare una bottiglia per far “ballare” il suo contenuto all’interno, per liberarlo.

Decostruire è cogliere l’imprevisto, il cambiamento, il divenire non come concetti da ergere a nuove ideologie, ma come modi di essere propri del nostro agire.  È il panta rei, un flusso che segue i tempi, il cambiare della realtà ad ogni passo. E’ il modo di osservare un panorama e notare quel tetto rosso in fondo all’orizzonte che non avevamo mai visto prima e che ci regala una sensazione di scoperta inaspettata. E’ rimettere in discussione i valori, è gioco, è fantasia. E’ il bambino che rompe i giocattoli per apprendere come sono fatti: conosce la realtà smontandola e ricostruendola a suo modo.

Il rischio è che spesso “decostruire” possa voler dire non avere un metodo. Essere e agire in modo anarchico? In realtà non è così. Il metodo proposto per praticare la decostruzione è quello della libertà. Derrida, il padre del Decostruzionismo, utilizza la metafora della cartolina postale per spiegare cosa vuol dire “metodo della libertà”.

Dopo essere stata scritta una cartolina viene spedita. Il testo vi aggia con essa, parte per una destinazione. Immaginando le peripezie della cartolina dal momento in cui è stata imbucata, raccolta nel sacco postale che poi verrà portato sul treno o sull’aereo, poCartolina-Lovecraft-680x362ssiamo immaginare i luoghi che essa percorre prima di essere consegnata. La consegna significa, però, la fine della vita della cartolina, il suo essere letta la svuota della sua missione. Lo stesso accade con il pensiero. Se blocchiamo il suo viaggio su verità convenzionalmente accettate, su punti fermi, su opinioni consolidate, esso muore.

Per Derrida l’unico modo perché il pensiero non muoia fermandosi in un punto preciso è rimanere sospeso nella regione del “mai definitivo”, come la cartolina che deve rimanere in viaggio, sospesa lungo un itinerario mai finito, come se non dovesse mai essere consegnata. Imparare a decostruire implica l’assunzione di un metodo, ma non implica l’assunzione di schemi metodologici precisi. Il metodo della libertà è apertura alla possibilità, è semplice coraggio di accogliere un universo infinito di novità.

La decostruzione non è un processo applicabile tout court ad ogni situazione. Non generalizza, non si muove su binari standard che dal dire “decostruisco la mia casa” lasciano trapelare un “così decostruisco l’intero mondo delle case”. La decostruzione si muove sulle singolarità, individua le differenze, le nutre, le amplifica e le esalta. Riconosce le sfumature di senso tra cose che sembrano simili. Gioca con le peculiarità e le accentua, creando un vortice continuo di nuovi significati.

Perché? – la domanda sul perché è sempre in agguato. Non per soddisfare un bisogno, una necessità o porre fine ad una sofferenza. Per il piacere, per il gusto, per il godimento della mente. Ma ridefinire il piacere richiede uno sforzo di decostruzione che rinviamo alla prossima puntata.

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