Il mare di Irene

“Il mare non lo vedo mai” pensò Irene mentre scendeva dalla macchina parcheggiata sul ciglio del marciapiedi lungo e deserto. Si accovacciò con le mani posate sul muretto e le gambe penzolanti nel vuoto della spiaggia. L’inverno si sentiva in viso solo per il vento che scompigliava i capelli e passava tra le fessure della giacca. L’aria era tiepida e il sole segnava mezzogiorno.

Era affaccendata a pensare al domani, a ciò che le era appena accaduto e a quanto ancora dovesse accaderle. Il futuro è sempre la paura che sta dietro l’angolo. È l’urlo dell’insoddisfazione che continua a muoversi come una pallina da ping-pong nella testa. Il colpo va sempre a vuoto, nessuno riesce ad afferrarlo. Si muove lungo le linee imprecise di obiettivi appena abbozzati e non segue strategie. È difficile da prendere al volo. Irene stava pensando ai problemi da risolvere, a come fare per risolverli, a chi chiedere aiuto e a chi affidare i suoi timori. Stava pensando che forse quei timori esistevano perché se l’era cercata e adesso andavano affrontati.

Il mare nel frattempo si agitava sempre di più. Se ne stava lì di fronte a sbuffare di noia. Faceva schiuma e la raccoglieva a se’ per infuocarsi e rigettarne di nuova con più vigore.

Fu un momento. Quando Irene si accorse che tutti quei pensieri nella sua testa per il mare non avrebbero cambiato nulla. Lei lo osservava e lui non sapeva di essere osservato. Era incurante del suo essere lì e ora, portatrice sana di dubbi. Il mare non la vedeva ma lei, che fino ad un certo momento lo vedeva ma non lo guardava, iniziò a osservarlo come fosse la prima volta.

“Se morissi ora non se ne accorgerebbe nemmeno” pensò. Non era la constatazione della sua indifferenza maligna, ma la percezione che tutti quei problemi e quelle domande non avevano uno scopo se non quello di dimostrare a se stessa che era viva. Era sola sul quel muretto, ferma sul lungomare immobile come lei. Quel mare i pensieri di Irene li ignorava senza malizia. Assorbiva le sue stesse acque e le rigettava sulla spiaggia. Si impossessava di sé per darsi all’esterno, per dimostrare di esserci, per far rumore e sovrastare il silenzio. Quel mare era il simbolo della vita umana e insieme la sua negazione. Quel mare era Irene. Irene che succhiava e prendeva tutto dalla vita per riversarsi all’esterno e fare in modo che quel mondo che viveva nella mente fosse un po’ più reale. Quel mare era il senso del suo essere così pesante e il senso del suo passaggio così transitorio e leggero. Fu illuminante. Quel mare l’aveva scansata come era giusto che fosse, liberandola dalle sue responsabilità. Le fece capire che era libera di sbagliare, libera di pensare e libera di parlare. La rese libera perché così piccola e nulla nell’oceano sconfinato dell’umanità e della natura. La rese essenziale per se stessa. Lei era l’unica responsabilità che aveva e l’unico grande osservatore del suo passaggio. Questo potere era solo suo e solo a lei si sarebbe svelato. Lo comprendeva, lo amava, lo viveva. Lo mostrava senza che nessuno a parte lei potesse conoscerlo. Era il mare della scelta, quello della scoperta di sé, della felicità infelice, del qui ed ora, del desiderio. Quel mare era lei e altro da lei. La pallina da ping-pong si fermò per un istante e abbozzò un sorriso. In quel mare si era calmata, placata. Se lo godeva e ricominciava la sua furia. Sbandare era il modo più infelice di vivere la frenesia dell’esistenza e insieme il modo più felice per sentirsi circondata dalla vita e avvinghiata ad essa così tanto da smettere di temere di poterla perdere.

“Un giorno, molto lontano” pensò “ne farò parte anch’io di questo mare di umanità che è passata dal mondo e di cui il ricordo in questa terra si è disperso. Per oggi però, caro mare, sono io ad ignorarti. Mi ricordo di me e ti scanso, perché sono viva e come te me ne vado in giro a prendere e dare me stessa alla vita. Ci vediamo alla prossima. Stammi bene e goditi gli sguardi dei passanti”.

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